Biologia come arma sociale
di Anna Maria Rossi

 

Chi pensa che Stephen J. Gould non abbia avuto una profonda influenza sulla sua vita si sbaglia. Per quello che mi riguarda penso che Intelligenza e pregiudizio sia il libro che più segnatamente mi ha stimolato alla riflessione e guidato nel mio percorso di genetista.

L’opera, il cui il titolo originale The mismeasure of man è molto più incisivo, è stata scritta nel 1981 e mentre la riguardavo in questi giorni  pensavo che nel tempo non ha davvero perso lo smalto, non solo per l’attualità delle questioni che solleva, ma anche per la metodologia lucida e lineare che usa per smontare gli argomenti portati a sostegno della visione determinista della diversità umana, in particolare per quello che riguarda le capacità intellettive.  

Il pensiero determinista si basa sulla convinzione, infondata sul piano scientifico, che i fattori genetici determinino – interamente o quasi – le caratteristiche di un individuo e sul suo corollario che le differenze socioeconomiche siano un riflesso delle differenze biologiche innate, peculiari di ciascuna classe, sesso o etnia. L’artificio ha lo scopo di poter affermare che la scala sociale sia fondamentalmente giusta e immodificabile.

Partendo dall’invenzione dei parametri craniometrici per stimare le capacità intellettive, Gould affronta un'analisi incisiva di come, pur nella totale incapacità di dare una definizione credibile dell’intelligenza, si sia pervicacemente tentato di darne una misura. Nella sua rassegna non manca di stigmatizzare le implicazioni sociali associate all’uso, o meglio all’abuso, dei test del  QI (quoziente di intelligenza) e dei suoi derivati  come strumenti di discriminazione razziale, sociale e sessista. Gould tratta la materia dell’ineguaglianza con rigore scientifico ma anche con grande passione sociale e con tocchi di vera poesia, come in questa riflessione: “Passiamo  per questo mondo  una sola volta. Poche tragedie possono essere più grandi  delle acrobazie della vita,  poche ingiustizie più gravi della privazione della possibilità di lottare o anche di sperare, per un limite impostoci dall'esterno, e falsamente identificato come un limite intrinseco".

Gould mette alla gogna senza pietà il pregiudizio ideologico dei sostenitori del determinismo biologico-genetico dell’intelligenza e delle differenze razziali nelle caratteristiche morali e comportamentali in generale, che è stato accompagnato nella migliore delle ipotesi dall’ignoranza quando non dalla mistificazione, fino ad arrivare in alcuni casi alla aperta frode scientifica. La lezione che Gould ci dà nel ripercorrere questi ultimi due secoli è che il mito dell’obiettività della scienza, cresciuto in seno alla visione illuminista della scienza come veicolo di progresso e che in qualche misura implica e sottintende la neutralità dello scienziato, ha fatto il suo tempo (e non pochi danni). La scienza è basata sull’interpretazione dei dati che può essere fallace e gli scienziati non sono liberi da condizionamenti ideologici, non sono gli apostoli della verità, e “spesso non riescono a discernere il pregiudizio che li guida verso una interpretazione tra le molte coerenti con i dati” come scrive Gould stesso.

Molti hanno riconosciuto al  libro tutte le qualità per essere definito un capolavoro, anche se già dalla prima edizione gli è costato un implacabile scontro con i suoi avversari che è durato fino alla sua morte, e oltre. La polemica nei suoi confronti si è particolarmente inasprita quando è stata pubblicata la versione del 1997 in cui Gould rivede ed estende ampiamente il testo per lanciare una vigorosa offensiva contro le affermazioni pseudoscientifiche contenute in The bell curve di Richard J. Herrnstein  e  Charles Murray (1994), di cui un piccolo saggio:  “Le differenze in QI sono geneticamente determinate e non dipendono dallo stato socio-economico o dal livello di istruzione… Il livello di intelligenza di un individuo è un buon predittore del suo stato socio-economico e della sua propensione alla criminalità… L’élite con alto QI ha una predisposizione genetica ad occupare i posti migliori nella società… Il progresso della civiltà umana è in gran parte merito dei bianchi e della loro intelligenza superiore”.

La controversia su quanto del comportamento umano si possa considerare innato, cioè biologicamente o geneticamente determinato, e ciò che invece sia acquisito, cioè plasmato dall’ambiente, dalle esperienze e dalla formazione individuale è stata definita “nature versus nurture” da Francis  Galton, il fondatore della psicometria, nel 1874. Trent’anni più tardi, il suo seguace Charles E. Spearman, introduce il concetto di "fattore g", o fattore di intelligenza generale, per esprimere il fatto che le persone che mostrano buone capacità in un’abilità intellettuale (ad esempio, l'abilità verbale) tendono ad avere buone prestazioni anche in altri campi (per esempio, la memoria spaziale). Nel modello di Spearman un unico fattore generale sarebbe responsabile delle prestazioni individuali in tutti i compiti cognitivi. A dare manforte a Gould nel contestare la reificazione dell’intelligenza e l’idea stessa che l’intelligenza possa essere misurata scendono in campo anche Leo J. Kamin, Steven Rose e Richard C. Lewontin [1].

Al giorno d’oggi la diatriba “nature versus nurture” dovrebbe apparire superata, giacché, si spera, tutti dovrebbero essere ormai convinti che nello sviluppo e nel funzionamento  del SNC si integrano l’azione dei geni e gli effetti dell’ambiente, che insieme modellano e traducono la nostra esperienza quotidiana in comportamenti complessi. Ci dovrebbe essere accordo anche sul fatto che di intelligenze ne esistono molte e diverse, tra cui una logico-matematica, una verbale, una spaziale, una musicale e così via, e che non necessariamente chi si distingue in una, per eccesso o per difetto, debba distinguersi in tutte.

Oggi è generalmente accettato che il substrato neurobiologico delle funzioni cognitive risieda nel continuo rimodellamento delle reti neurali, in particolare a livello della corteccia [2].  La plasticità sinaptica mantiene la capacità della cellula nervosa di reagire prontamente al proprio ambiente, attivando nuovi percorsi metabolici e nuove connessioni al bisogno. Crolla quindi ogni ipotesi deterministica:  i geni forniscono il supporto per innumerevoli percorsi di sviluppo e contribuiscono al rimodellamento per tutto il corso della vita sulla base delle informazioni che vengono via via acquisite ed elaborate [3]. Il sistema nervoso quindi non può essere visto altro che come il risultato dell'integrazione tra ciò che “innato” e di ciò che è “acquisito”.

Come afferma  Richard Lewontin [4]:L’uomo è assai più che la somma dei suoi geni e non solo perché siamo il risultato di una complessa interazione tra geni e ambiente, ma anche e soprattutto perché, da un punto di vista biologico, il nostro cervello è il risultato unico e irripetibile di processi di sviluppo non deterministici e in gran parte stocastici… Questi processi sono guidati, ma non determinati, dai geni e quindi non interpretabili con il modello secondo il quale lo sviluppo consiste nella “decodificazione di un programma prefissato contenuto nel nostro DNA… Ammesso che nel nostro DNA sia scritto il nostro futuro, non possiamo, non tener conto del fatto che «parole identiche hanno significati diversi in contesti differenti e funzioni molteplici anche nello stesso contesto» ”.

Ma, alcuni vogliono ancora sostenere l’idea che possa esistere un piano prestabilito (blueprint) di relazioni tra i neuroni e che geni specifici siano capaci di dirigere e organizzare direttamente le funzioni di ciascun processo cognitivo. I fautori di questa ipotesi hanno generato una considerevole aspettativa che si potessero identificare specifici geni implicati nei processi cognitivi. Alcuni psicologi – in genere i genetisti sono più cauti –  hanno perfino profetizzato che si potrebbe presto essere in grado di costruire una mappa genetica delle funzioni cognitive più o meno direttamente a partire dai geni e dai loro prodotti proteici. I recenti sviluppi della genetica e della biologia molecolare hanno effettivamente permesso di studiare molti processi cognitivi a livello molecolare ed hanno fornito nuove basi ad ipotesi ed interpretazioni nel campo della psicobiologia. Tuttavia, la  speranza di riuscire a trovare spiegazioni semplici si è rivelata vana e decenni di ricerca hanno portato a risultati a dir poco deludenti, per cui è stato ipotizzato che i geni implicati siano molti (troppi? tutti?) e che ciascuno singolarmente abbia effetti così modesti, da risultare indeterminati. Uno dei principali limiti dipendono dal fatto che non è stato risolto un problema sostanziale, cioè quello della definizione del carattere in studio:  un gene non codifica direttamente per uno specifico comportamento,  ma per un componente cellulare, che a sua volta interviene in numerosi processi [5]. Questi studi rafforzano l’idea che lo sviluppo delle abilità cognitive sia molto robusto di fronte ai difetti genetici e agli attacchi ambientali e che non basta una singola insufficienza per comprometterlo. L’ipotesi è che esista una forte "canalizzazione", cioè che esistano una serie di genotipi in grado di produrre lo stesso fenotipo, e che un controllo epigenetico [6], cioè un "sistema di programmazione reversibile", intervenga a regolare i processi di plasticità neuronale, rendendoli molto flessibili e capaci di rispondere in tempi brevi agli stimoli esterni [7].

Particolarmente interessante dal punto di vista epistemologico è la storia della nascita e della metamorfosi dei cosiddetti test di intelligenza, che costituiscono una buona parte del libro.  Lo psicologo Alfred Binet, su incarico del ministero dell’istruzione francese,  si pone come obiettivo di valutare l’efficacia del sistema scolastico misurando le prestazioni degli studenti, soprattutto negli ambiti linguistico e logico-matematico, con la convinzione che si possano ottenere migliori risultati con appropriati interventi educativi di supporto. La cosiddetta "scala Binet-Simon" (1905) nasce quindi con la finalità di esaminare in modo comparativo l’apprendimento e non l’intelligenza dei ragazzi in età scolare. Questi obiettivi vengono completamente snaturati quando il test passa l’Atlantico e approda a Stanford:  Lewis M. Terman e la sua scuola  rielaborano la scala, asserendo che sia uno strumento idoneo per misurare l’intelligenza individuale. Con questo test chiamato Stanford-Binet Intelligence Scale, si gettano le basi per i  test di intelligenza ancora oggi usati, conosciuti come test del QI. Ma è a Henry H. Goddard che si deve il successivo passaggio che porta all’uso estensivo e discriminatorio del test, che ne travisa del tutto le finalità e trascura completamente le raccomandazioni dello stesso Binet sul suo uso corretto. Goddard, che appartiene alla scuola eugenetica americana, non solo  considera i punteggi del test come misure reali dell’intelligenza, ma  considera quest’ultima come una caratteristica innata e immutabile dell’individuo. Per prevenire il rischio che individui poco dotati, secondo Goddard inadatti alla società, possano trasmettere alle generazioni successive un basso livello di intelligenza, i soggetti con un basso punteggio di QI devono essere messi in condizione di non procreare,  sterilizzati o isolati, o entrambe le cose.

Goddard è anche il primo a suggerire di sottoporre ai test gli immigrati appena sbarcati a Ellis Island, dopo la traversata transoceanica. I punteggi sono  così scarsi che lo portano a concludere che quegli immigrati avrebbero inevitabilmente corrotto la popolazione americana: su questa base viene promulgata la legge restrittiva sull'immigrazione del 1924. I risultati ottenuti con il test fin dall’inizio sono stati contestati in quanto scientificamente inattendibili, e lo stesso Carl Brigham, associato allo studio, ne ritratta più tardi le conclusioni che  gli immigrati dell’est e del sud Europa sono meno intelligenti degli europei del nord-ovest, l’argomento chiave sulla base del quale viene limitato l’accesso agli immigranti  provenienti dall’Italia e dalla Polonia, che presumibilmente ottengono un più basso punteggio perché più poveri e ignoranti, ma non per questo meno intelligenti.

Al di là del fatto che, come abbiamo visto, bisognerebbe definire meglio che cosa si intende per intelligenza ed essere certi che questa sia  misurabile e che il QI ne possa essere una misura - cosa che molti ormai mettono in dubbio - resta il fatto inconfutabile che, comunque formulati, i test di intelligenza non forniscono una stima delle capacità intellettuali innate o ereditabili. I test di intelligenza, per il modo stesso in cui sono stati disegnati, tendono a misurano l’abilità di utilizzare cognizioni acquisite, che dipendono fortemente dalle opportunità di apprendimento pregresse (grado di scolarizzazione e/o di acculturazione). Per quanto concerne l’ereditabilità, studi sui gemelli hanno mostrato che diverse abilità cognitive hanno un diverso grado di ereditabilità, sempre abbastanza elevato, seppure con notevoli disparità nelle stime ottenute da diversi autori. Va detto, però, che queste stime si basano su misure soggette ad errori anche molto grossolani, dovuti fondamentalmente al fatto che l’oggetto della misura è mal definito.

Gould ha avuto stuoli di detrattori e oppositori, praticamente su ogni aspetto della sua multiforme attività scientifica e politica, anche se in nessuno di essi il dibattito è stato così  acceso come quello sollevato intorno a Intelligenza e Pregiudizio. Al pari del suo impegno veemente contro l’oscurantismo creazionista e la sua sfida contro la sociobiologia, della sua adesione ai movimenti per i diritti civili dei neri e alle campagne per la giustizia sociale, è stata instancabile la sua battaglia per sdoganare lo studio della biologia delle facoltà cognitive dal tunnel dogmatico del pensiero determinista, per delegittimare le pretese scientifiche del razzismo e dei suoi artificiosi corollari: la discriminazione e la sopraffazione, la disuguaglianza delle razze, delle classi e dei sessi, la guerra e l’oppressione capitalista.

Ma Gould non è stato solo nelle sue battaglie, anzi è stato appoggiato da una schiera di scienziati, come i sodali di Science for the People e del Sociobiology Study Group, tra cui Kamin e Lewontin. Si pone dalla stessa parte Luigi Luca Cavalli-Sforza che, studiando per decenni la diversità genetica delle popolazioni umane, arriva a mettere in discussione i presupposti stessi che ci siano significative differenze genetiche tra le razze umane, fino a giungere alla conclusione che è l'idea stessa di razza a non avere significato biologico [8]. 

Gould affonda spietatamente il bisturi per stigmatizzare le argomentazioni pseudoscientifiche usate a sostegno del cosiddetto razzismo scientifico. Eppure, l’argomento scientifico non è sufficiente ad estirpare il razzismo come, purtroppo, abbiamo modo di costatare in tanti frangenti della nostra vita quotidiana. Ci vorrà molto tempo per sconfiggere  i pregiudizi che  fanno ancora profondamente parte del nostro retaggio culturale e che ci inducono a fare o pensare cose razziste ... e  se solo prendiamo atto di quanto siano profondamente impressi nella nostra mente e nella nostra cultura siamo già un passo avanti.

Questa idea pervasiva che si afferma nel XIX  secolo e che tenacemente resiste per tutto il XX secolo, a dispetto del fatto che  il progredire delle conoscenze in campo biologico, ed in particolare nel settore delle neuroscienze, l’abbiano del tutto screditata, è dura a morire.  Come dura a morire è l’idea che il nostro destino sia scritto nei nostri geni. La maggior parte dei nostri caratteri non è determinata solo dai nostri geni,  ma risente dell´interazione e delle influenze reciproche tra forze interne ed esterne, è fortemente influenzata dall’ambiente in cui cresciamo e viviamo, da tutte le esperienze che facciamo quotidianamente e che modificano il funzionamento dei nostri geni in qualsiasi momento della nostra vita. Con questo non si vuol negare l’importanza dei geni, ma la componente ereditaria stabilisce solo i limiti di quello che possiamo essere o diventare mentre quello che siamo è il risultato delle complesse interazioni tra ciò che è dentro e ciò che è fuori di noi. Come scrive Guido Barbujani [9]: “Non tutti abbiamo gli stessi limiti e non tutti allenandoci sistematicamente vinceremmo il premio Nobel o il Tour de France ma con una buona alimentazione si diventa  mediamente più alti e basta confrontarsi con i propri nonni per accorgersene. Però nessuno diventerà alto tre metri perché per quella statura ci vorrebbero i geni che noi non abbiamo (e le giraffe sì)… Le nostre capacità di calcolo e di ragionamento sono vaste ma non infinite, ma con l’esercizio possiamo ampliarle… ma oltre il nostro limite non possiamo andare…”  Così Richard Lewontin e Richard Levins ricordano Gould alla sua morte: “La vita pubblica politica ed intellettuale di Steve Gould è stata straordinaria, se non unica. In primo luogo, era un biologo evolutivo e storico della scienza il cui lavoro intellettuale ha avuto un grande impatto sulla nostra visione del processo dell'evoluzione. In secondo luogo, egli era di gran lunga il più noto e influente divulgatore  scientifico che abbia mai scritto per il grande pubblico. In terzo luogo, era un attivista politico coerente a sostegno del socialismo e in opposizione a tutte le forme di colonialismo e di oppressione” [10].

Quante di queste cose si soffermava a discutere Gould ad Harvard con gli studenti del suo corso  “Biologia come arma sociale?

 

NOTE

[1] Il gene e la sua mente. Biologia, ideologia e natura umana, 1983

[2] Nel corso dei primi mesi dopo la nascita la plasticità è massima e si sviluppano innumerevoli reti neurali, potremmo dire “potenziali”, che successivamente subiscono una fase di “potatura”, in cui le connessioni inutilizzate vengono allentate, mentre quelle usate vengono consolidate. Oltre al potenziamento o  l’eliminazione di sinapsi già presenti, la plasticità prevede anche la formazione di nuove connessioni e perfino la proliferazione di neuroni, anche nel cervello adulto.

[3] A. Karmiloff-Smith The tortuous route from genes to behavior: A neuroconstructivist approach Cognitive, Affective, & Behavioral Neuroscience 2006, 6 (1), 9-17    

[4] Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza, 2004 

[5] D.V.M. Bishop Genes, Cognition, and Communication Insights from Neurodevelopmental Disorders Annals of the New York Academy of Sciences-The Year in Cognitive Neuroscience 2009 - 1156 (1): 1–18

[6] Il concetto generale di "paesaggio epigenetico" è stato articolato per primo dal biologo dello sviluppo Conrad Waddington, che lo usò per spiegare come genotipi identici potessero dispiegarsi in una vasta gamma di fenotipi al procedere dello sviluppo (Waddington, 1957). Con il tempo, il concetto di Waddington di “paesaggio fenotipico” ha assunto ulteriori significati: "cambiamenti nell'espressione genica che sono potenzialmente ereditabili ma non comportano cambiamenti della sequenza di DNA".

[7] E. Borrelli, E. J. Nestler, C. D. AllisP. Sassone-Corsi Decoding the Epigenetic Language of Neuronal Plasticity Neuron. 2008 - 26; 60(6): 961–974.

[8] Le sue tesi sono rese in termini accessibili al grande pubblico in “Chi siamo. La storia della diversità umana” (1993) e in “L'invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana“(2006) del suo allievo e collaboratore Guido Barbujani.

[9] L’invenzione delle razze, 2006

[10] R. Lewontin e R. Levins  Stephen Jay Gould—what does it mean to be a radical? Monthly Review 54 (Nov. 1, 2002) http://monthlyreview.org/2002/11/01/stephen-jay-gould

 

Anna Maria Rossi è docente di Genetica e Genetica Umana presso la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Università di Pisa. Svolge la sua attività di ricerca nell’ambito del Dipartimento di Biologia, dove si interessa principalmente dello studio del ruolo della diversità genetica umana nella suscettibilità alle malattie, in particolare al cancro. Si dedica da anni alla didattica e alla divulgazione scientifica con l'intento di fornire ai giovani gli strumenti razionali necessari per lo sviluppo del pensiero libero da ogni condizionamento ideologico, morale o religioso. Rifugge da qualsiasi visione dogmatica e spera che in un futuro non troppo lontano il nostro diventi un Paese laico e progressista.