Maria Turchetto
economia e società - materiali del corso

 

Karl Marx

La produzione cosmopolita*

 

(dal Manifesto)

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutata conservazione dell'antico modo di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca borghese da tutte le altre. Tutte le stabili e arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall'età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci.

Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni.

Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto alle industrie la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In ogni luogo l'antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l'una dall'altra. E come nella produzione materiale, così anche spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale.

Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni a adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

 

(dal Capitale)

Finché il sistema delle macchine si espande in un ramo d'industria a spese dell'artigianato tradizionale o della minifattura, i suoi successi sono certi, come sarebbe certo ad esempio il successo di un esercito armato di fucili [...] contro un esercito di arcieri. Questo primo periodo, nel quale la macchina conquista per prima cosa la sua sfera d'azione, ha un'importanza decisiva a causa dei profitti straordinari che essa aiuta a produrre. Questi profitti non solo costituiscono in sé e per sé una fonte di accumulazione accelerata, ma attirano nella sfera della produzione favorita gran parte del nuovo capitale sociale addizionale che costantemente si forma e che preme per nuovi investimenti. I vantaggi particolari del primo periodo di slancio e di impeto si ripetono costantemente nelle branche di produzione nelle quali le macchine vengono introdotte per la prima volta. Ma appena il sistema della fabbrica ha raggiunto un certo agio d'esistenza e un certo grado di maturità, cioè appena la stessa base tecnica della fabbrica, il macchinario, viene a sua volta prodotto a macchina, appena la estrazione del carbone e del ferro come pure la lavorazione dei metalli e i trasporti sono rivoluzionati, e in genere appena sono prodotte le condizioni generali di produzione corrispondenti alla grande industria, questo sistema acquista una elasticità, una improvvisa capacità di espansione a grandi balzi che trova limiti solo nella materia prima e nel mercato di smercio. Da una parte le macchine oprano un aumento diretto della materia prima, come per esempio il cotton gin ha aumentato la produzione del cotone. Dall'altra parte il buon mercato del prodotto delle macchine e il sistema dei trasporti e delle comunicazioni rivoluzionato sono armi per la conquista dei mercati stranieri. L'industria meccanica, rovinando il loro prodotto di tipo artigianale, trasforma con la forza quei mercati in campi di produzione delle sue materie prime. Così le Indie Orientali vennero costrette a produrre cotone, lana, canapa, juta, indaco, ecc. per la Gran Bretagna. Il costante "mettere in soprannumero" gli operai nei paesi della grande industria promuove una emigrazione intensa e artificiale e la colonizzazione di paesi stranieri che si trasformano in vivai di materia prima per la madre patria, come per es. l'Australia è stata trasformata in un vivaio di lana. Si crea una nuova divisione internazionale del lavoro in corrispondenza alle sedi principali del sistema delle macchine, ed essa trasforma una parte del globo terrestre in campo di produzione prevalentemente agricolo per l'altra parte quale campo di produzione prevalentemente industriale. Questa rivoluzione è connessa a rivolgimenti nell'agricoltura che qui non abbiamo da esaminare oltre.

[...]

La enorme capacità che il sistema della fabbrica possiede di espandersi a balzi e la sua dipendenza dal mercato mondiale, generano di necessità una produzione febbrile e un conseguente sovraccarico dei mercati, con la contrazione dei quali sopravviene una paralisi. La vita dell'industria si trasforma in una serie di periodi di vitalità media, prosperità, sovrapproduzione, crisi e stagnazione. L'incertezza e l'instabilità alle quali l'industria meccanica sottopone l'occupazione e con ciò le condizioni di esistenza dell'operaio, diventano normali con questa variazione periodica del ciclo industriale.

 


 

* Il primo brano è tratto da K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 45-46; il secondo da K. Marx, Il Capitale, Einaudi, Torino 1978, vol. I, pp. 551-552.